Squarci Tostati
Uno squarcio di luce pura. Senza dubbio. Per un po’ di quiete. Pace e calma, sviste. Non avevo visto prima questa serenità dopo la tempesta invisibile di leoni inferociti con coda d’Aspide. Pensano ad un dono e ad un sacrificio. Io sapevo. Chi sapeva cosa? Un altezza elementare sovrastante delusioni. Insulti e scherni ridotti. Non battono in picchiata, il suono dei corni che scandiscono il tempo della ritirata degli inetti e dei meschini. Mischiati in armonia col suono elettrico di mille luci. Il folle scopare. Il folle è scomparso. Il folle scomparve. Oppure è. Il folle e il colore, la penna, il kiwi e il dolore. Un muro, altro, tra felicità e paure. A me non piace mordere il legno. Qualche sospiro, un passo avanti, e poi un altro. Gli urli di esseri imbestialiti. Non si ferma neppure davanti al muro fragile. Non sono di Gerico i mattoni, non è d’Egitto l’argilla, non sono di Babilonia le mani. E non di ricerca e scoperta gli altri materiali. Aggiralo. E alcuni aprivano gli occhi, altri, per imitare paura se ne creavano di carta. Tra l’ultimo film e qualche sguardo. Gli occhi di carta bruciarono. Gli occhi di alcuni rimasero chiusi. Un cieco non aveva più la forza di urlare, la sua ricchezza non gli dava piacere. Non fu miracolo, però poi imparò ad aprire gli occhi, quelli veri. O era semplice svista di intendimento, tra i balletti mai compiuti.